Gli interventi di protesi totale di anca (PTA) e ginocchio (PTG) sono tra le più frequenti procedure chirurgiche oggi effettuate in ortopedia. La domanda europea, nonché italiana di protesizzazione articolare è in continua crescita, conseguente il progressivo invecchiamento della popolazione e le crescenti richieste funzionali.
Negli ultimi quattro decenni sono stati fatti molti progressi nel settore dell’artroprotesi, includendo la conoscenza biomeccanica, la tecnica chirurgica, i design protesici ed il progresso nei materiali impiegati.
Agli inizi del nuovo millennio si è assistito ad una crescente attenzione della comunità scientifica verso la qualità del risultato raggiunto e dell’esperienza soggettiva del paziente vissuta durante l’intervento chirurgico. Il dolore post-operatorio, il rischio di trasfusioni, il lento e prolungato recupero funzionale infatti, sono stati spesso motivo di timore da parte dei pazienti ad affrontare un intervento di impianto di protesi.
Il reparto di Ortopedia dell’Ospedale Santa Maria di Bari, con alle spalle una decennale esperienza in questo tipo di chirurgia, ha sempre cercato di ottimizzare tutti gli aspetti medici che ruotano intorno ad un intervento di protesi d’anca, ginocchio e spalla.
Da oramai 5 anni è stato così sviluppato e implementato un protocollo così detto “Multimodale”, che vede coinvolte le diverse figure professionali, l’ortopedico, l’anestesista, il fisiatra e il fisioterapista, che attraverso adeguate terapie mediche peri-operatorie, tecniche anestesiologiche, procedure chirurgiche mininvasive e protocolli riabilitativi accelerati, hanno portato ad una riduzione delle perdite ematiche peri-operatorie, annullando così la necessità di trasfusioni, ad un adeguato controllo del dolore e a un rapido recupero funzionale del paziente.
Si è passati così dalla prolungata immobilizzazione del paziente degli anni 70’ ed 80’, ad una mobilizzazione più precoce e ad una gestione migliore delle co-morbidità associate alla procedura ottenendo una drastica riduzione dei tempi di degenza, pari in media a 4-5 giorni e a una più rapida ripresa delle normali attività quotidiane.
In questo continuo sforzo di ridurre al minimo il trauma chirurgico abbiamo ulteriormente migliorato la nostra tecnica chirurgica nelle protesi d’anca, impiegando da circa 8 mesi, una via chirurgica, che seppur non sicuramente nuova, in quanto messa appunto da un chirurgo tedesco nei primi dell’800, oggi è in forte ripresa, ossia la c.d. via anteriore.
Questa via chirurgica, in confronto agli accessi più “tradizionali”, consente di impiantare una protesi d’anca con la minore invasività, rispettando i tessuti nobili dell’articolazione dell’anca, divaricando e non disinserendo i capi tendinei, senza così sovvertire la biomeccanica e l’anatomia della articolazione stessa.
Tutto ciò si traduce in minor dolore, minore perdite ematiche, minore zoppia, abbandono più rapido dei bastoni e quindi in un più rapida ripresa. Pertanto l’aspetto estetico della più piccola incisione assume in questo contesto un significato decisamente secondario rispetto ai vantaggi funzionali che esso può sicuramente offrire.
Non è certo una chirurgia che si può applicare a tutti i pazienti, in quanto una grave deformità dell’anca, come negli esiti di frattura o di displasia dell’anca, la presenza di una marcata osteoporosi, rappresentano delle possibili controindicazioni all’impiego di questa via chirurgica.