Una procedura in passato troppo frettolosamente abbandonata, oggi fortemente rivalutata.

Negli ultimi anni si è assistito ad una notevole diffusione della chirurgia protesica del ginocchio legata non solo all’invecchiamento della popolazione e, quindi, ad una maggiore incidenza della patologia artrosica, ma soprattutto allo sviluppo di impianti protesici in grado di ripristinare la biomeccanica articolare, garantendo così un recupero funzionale ottimale.

Sebbene le casistiche internazionali mostrino risultati soddisfacenti nell’80-90% dei casi, il restante 10-20% dei pazienti sottoposti ad un intervento di protesi di ginocchio, sono insoddisfatti per una serie di motivi, tra cui la persistenza di un dolore residuo, la rigidità articolare, l’instabilità con conseguente impossibilità a riprendere le proprie attività quotidiane, soprattutto lavorative.

Peraltro la gestione della gonartrosi nel soggetto giovane è estremamente complessa, proprio per le elevate richieste funzionali, per cui diventa fondamentale la scelta di un trattamento chirurgico di tipo conservativo, in grado di preservare la struttura anatomica del ginocchio, consentendo così un recupero funzionale ottimale compatibile con la ripresa dell’attività lavorativa, soprattutto di tipo manuale. Inoltre, la stessa sopravvivenza a lungo termine dell’impianto protesico rimane una questione aperta nel soggetto giovane, come evidenziato dai vari registri protesici nazionali.

L’artrosi femoro-tibiale in fase iniziale del ginocchio in soggetti di meno di 60 anni è una patologia che sopraggiunge generalmente a causa di una deformità, congenita o acquisita, dell’asse degli arti inferiori, più frequentemente in varismo (cosiddette ginocchia a “tarallo”) o meno frequentemente in valgismo (c.d. ginocchia ad “X”), quest’ultima a maggiore appannaggio del sesso femminile. Tale deformità, che si accentua con il carico e il peso corporeo, si aggrava progressivamente, causando dolore incoercibile e limitazione funzionale.

In questi casi ben selezionati, il trattamento chirurgico più appropriato, consiste nel realizzare un intervento di osteotomia,

 

tibiale o femorale, a seconda del tipo di deformità, ossia nel creare una frattura parziale del segmento osseo, successivamente stabilizzata con placche e viti, alla stessa stregua di una frattura, ottenendo così la correzione dell’asse dell’arto inferiore. Tutto ciò consente una ridistribuzione del carico passante attraverso l’articolazione ottenendo così un ginocchio bilanciato con un carico simmetrico sia medialmente che lateralmente, ripristinando una corretta biomeccanica articolare.

Suddetto intervento, nato nei primi del 900, per correggere le deformità infantili, ha trovato successivamente ampio impiego come trattamento del processo artrosico del ginocchio.  Lo sviluppo successivo della chirurgia protesica e il relativo entusiasmo sui preliminari risultati clinici, aveva però portato ad abbandonare progressivamente l’intervento di osteotomia a

favore della terapia chirurgica sostitutiva con una protesi articolare. La revisione dei dati più recenti della Letteratura Scientifica, ha però permesso di comprendere che, soprattutto nei soggetti più giovani e in particolarmente attivi da un punto di vista lavorativo, la sostituzione protesica non sempre è in grado di consentire a pieno il ritorno alle attività lavorative, soprattutto manuali.

Pertanto si è registrato negli ultimi anni una ripresa dell’intervento di osteotomia, non più quindi considerato come una “chirurgia di intervallo” impiegata per rallentare la progressione della malattia, dare un benessere transitorio e procrastinare la protesizzazione.

In realtà questa visione d’insieme, per quanto talora attinente alla realtà, tende a ridimensionare eccessivamente il ruolo dell’osteotomia che, invece, in pazienti accuratamente selezionati, va considerata una strategia “gold standard”.

Infatti, come dimostrato da un’ampissima letteratura scientifica, nei pazienti più giovani, l’osteotomia risulta essere un intervento molto spesso risolutivo, soprattutto se eseguito precocemente.

Infatti i pazienti candidabili all’intervento di osteotomia tibiale alta, in genere, devono possedere dei specifici requisiti non solo clinici e radiologici, ma anche di compatibilità con l’età, lo stile di vita e/o l’attività fisica lavorativa. Tra le più comuni indicazioni si riconoscono il varismo dell’arto inferiore in

associazione con:

– artrosi del compartimento mediale con ginocchio stabile;- artrosi del compartimento mediale con insufficienza legamentosa (LCA +/- LCP) e instabilità;
– dolorabilità al compartimento mediale associata a deficit meniscale, deficit cartilagineo con necessità di riallineamento o osteocondrite dissecante;
– varismo costituzionale giovanile;
– patologia della cartilagine dopo meniscectomia interna associata o meno a instabilità anteriore.

Le indicazioni per l’osteotomia femorale per ginocchio valgo sono le seguenti:

– gonartrosi unicompartimentale laterale con malallineamento del femore distale;
– deformità in valgo degenerativa o post-traumatica;
– età inferiore ai 50 anni;
– pazienti fisicamente attivi.

 

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